Se ne stava piegato alla sua scrivania concentrato ad analizzare il documento che aveva davanti a sé. Aldo Manca, veneziano, una persona, anzi, una risorsa che l’azienda è stata ben felice di assumere trentasei anni prima, quand’era un giovane diplomato che si era presentato ai colloqui preassunzionali in giacca e cravatta, la riga sul lato sinistro del capo, capelli corti, curati come lo era la sua persona.
Era uscito con il massimo dei voti dalla Maturità, studioso non per passione ma per costrizione.
Era cresciuto sotto le ali protettive di sua madre che non gli lasciava spazio per commettere gli errori che un bambino fa nella sua crescita e gli insegnano la vita diventando poi esperienza. I genitori avevano solo lui, lo avevano cercato da subito dopo le nozze, era arrivato per grazia divina dopo sette anni di matrimonio, stancanti visite di specialisti, cure per entrambi senza soluzione; poi si erano affidati alla preghiera, a frati che avevano fama di guaritori, finché l’ultimo riuscì a far sì che la giovane ragazza, pia e devota quanto il marito, riuscisse, per opera dello Spirito Santo (a loro dire) a essere fecondata. Infatti il marito inizialmente lo voleva chiamare Spirito, come segno di riconoscenza, ma poi, su consiglio della sposa, lo chiamarono come il frate che era intercesso per loro presso le gerarchie celesti.
I genitori lo volevano speciale, doveva primeggiare su tutti, doveva essere rispettato e invidiato, doveva essere destinato a incarichi importantissimi perché viveva sotto l’ala protettrice dello Spirito Santo e di frate Aldo che lo ricordava sempre nelle sue preghiere. Questa cosa gliela ripetevano come un mantra, tanto che il piccolo Aldo la fece sua senza capirne il senso. Aveva capito che doveva studiare tanto e andare bene a scuola, già nel confronto con la sua classe doveva risultare il migliore. Probabilmente lo avete già intuito, la madre era una casalinga e il padre un modesto impiegato al Catasto, nessuno dei due brillava per qualche particolarità, erano persone semplici ma con una sete di riscatto sociale e avevano scaricato sul figlio ogni speranza di vittoria. Dio era intercesso per loro, come con Maria, non poteva nascere da quell’evento uno qualunque. Così lo educarono a ricoprire e ad ambire un ruolo importante nella società.
Dalla sua cameretta gli arrivavano gli echi dei suoi coetanei che giocavano in campo, a volte voleva lasciare tutto e correre giù, ma era un predestinato, doveva prepararsi a una grande missione, doveva studiare e studiare. La madre però sapeva che doveva anche distrarsi, riposare gli occhi e il cervello, così lo invitava alle 15 e 30 a scendere in cortile per raggiungere gli amici, ma alle 16 doveva risalire per riprendere gli studi.
Obbediente scendeva in campo e se gli amici stavano giocando a pallone lo mandavano in porta, in modo che chi stava facendo da portiere, il più grassottello, poteva buttarsi nella mischia e rincorrere il pallone; se stavano giocando a nascondino gli toccava la conta. Tempo di prendere un paio di gol o fare un giro per scovare gli amici nascosti e doveva salutare tutti e risalire in cameretta.
Questa vita lo accompagnò dall’asilo fino alla Maturità. Da adolescente, non c’era più la compagnia che giocava, avevano altri stimoli, conoscere e frequentare le coetanee e se ne andavano in giro per la città. Quando interrompeva gli studi scendeva, si sedeva presso una panchina e qualche volta chiacchierava con le anziane che parlottavano del tempo e degli acciacchi. Terminata la mezz’ora d’aria, la madre lo richiamava dal balcone della cucina. Non si era mai ribellato a quella regola, era un predestinato, doveva accettare di vivere diversamente dagli altri. Scuola, studio, mezz’ora d’aria, al sabato la mezz’ora d’aria veniva soppiantata dal rito della confessione; alla domenica mattina, vestito a festa con i genitori andava a messa, quindi tutti assieme al bar dove poteva viziarsi con un bombolone e un succo di frutta standosene seduto a un tavolo in mezzo ai saluti della gente; il pomeriggio studiava. Non ci faceva caso, ma i genitori se lo portavano a spasso come un trofeo più che un figlio.
Il padre quando Aldo iniziò l’ultimo anno di scuola, si attivò presso don Gaetano, il loro parroco, per due favori importanti. Il prete era ben visto in curia, gli erano stati affidati degli incarichi dal patriarca in persona, questo gli aveva permesso di estendere la sua rete di conoscenze e il padre di Aldo confidava in questo. Il primo era esonerarlo dal servizio di leva, l’altro era di inserirlo in una azienda nazionale dove potesse avere degli sbocchi di carriera. Don Gaetano garantì l’intervento in entrambi i casi, ma non promise nulla, tutto stava nelle mani del Padreterno. Allora era a cavallo, aveva pensato il papà di Aldo, il ragazzo era un suo prescelto. Però il parroco si premunì a richiedere uno scambio. Quello che lui faceva era possibile perché i cattolici gestivano il Paese, se il figlio aveva qualche grillo rosso che gli saltava in testa e urlava: «Rivoluzione!», non si andava lontano. Il genitore aveva garantito che pure Aldo, come i genitori, sapeva di vivere nel miglior mondo possibile e avrebbe difeso quel sistema alzando lo scudo crociato. «Basta votarlo!» concluse ridacchiando don Gaetano.
Per quanto riguardava evitargli il servizio di leva ci aveva pensato il padre stesso. Qualche mese dopo quella richiesta venne colpito da un infarto e lasciò un orfano e una vedova. Fu la vedovanza della madre e il suo essere casalinga che evitò ad Aldo di essere arruolato. Quindi don Gaetano lo presentò a un dirigente di una grande azienda a partecipazione pubblica e venne assunto. Lo spedirono alla direzione regionale, un ruolo da impiegato presso il reparto pianificazione. E cominciò il suo iter lavorativo ambendo alla dirigenza.
La madre lo vedeva già quel giorno in cui, per raggiungere il grande ufficio tutto suo, attraversava il lungo corridoio e tutti gli impiegati si inchinavano al suo passare e salutavano ossequiosi.
Per il momento gli ossequi doveva farli lui non solo ai dirigenti, ma pure ai quadri. In cuor suo era certo che quanto prima sarebbe diventato un quadro. Il reparto c’erano alcuni arrivisti, pochi, la maggioranza era un branco di lamentosi filocomunisti che criticavano a bassa voce il lavoro e i superiori, ma senza avere il coraggio di mettere in pratica le loro idee di ribellione o miti e rispettosi cattolici. Erano tutti delle caccole. Non avevano nemmeno il coraggio di iscriversi al sindacato, non partecipavano alla lotta, agli scioperi, perché non volevano mettersi in cattiva luce, avevano pur sempre famiglia. Aldo li aveva catalogati tutti, non meritavano la sua attenzione, li doveva studiare bene per quando sarebbe diventato un loro responsabile, per sfruttarli al massimo e averne un tornaconto: la dirigenza passava anche attraverso la gestione del personale.
Si mise a capofitto a studiare le tabelle che gli mandavano, ne estrapolava previsioni, le redigeva in bella copia, le spiegava ben bene al suo superiore e ben presto gli venne chiesto dallo stesso di seguirlo quando si presentava a una riunione con il dirigente, doveva però restare muto e passare copie dei documenti richiesti ai convenuti.
Era un ambiente di una formalità esasperante, dove i livelli ricoperti erano lo specchio della divisione di classe; la plebe (i livelli bassi), la borghesia (i quadri) e gli aristocratici (la dirigenza). Lui voleva scalarli velocemente quei livelli, e sapeva che in quell’ambiente ci sarebbe riuscito lavorando meticolosamente (anche se era cosciente che fare previsioni dello sviluppo delle infrastrutture per i vent’anni a venire era aria fritta, ma non gli interessava questo, se era la via per il successo, faceva finta di credere a quei numeri) e senza criticare i superiori, accettava qualsiasi indicazione, era il suo modo per dire «Signor sì!».
Con i colleghi scambiava due parole: «Buongiorno!» quando entrava in ufficio e «Buonasera!» quando gli altri se ne andavano, lui rimaneva non per gli straordinari, ma per farsi notare silenziosamente. Restava al lavoro anche in pausa pranzo.
Tutti quelli che avevano condiviso l’ufficio con lui non lo conoscevano minimamente. Non sapevano niente di Aldo, che gusti aveva, se amava il calcio, se era fidanzato o sposato… niente! Non c’era modo di instaurare un dialogo, tagliava corto, aveva da lavorare, non era pagato per chiacchierare. Se parlava era solo perché lo richiedeva il lavoro, se no se ne stava zitto tra le sue scartoffie. In realtà non voleva legare con nessuno, un giorno, da responsabile, questa confidenza poteva ritorcerglisi contro.
Alla sera rientrava per cena, la madre era preoccupata, lavorava quasi dieci ore al giorno, ma era il minimo per un predestinato gli ricordava lui. Il sabato lo dedicava ad accompagnare la madre a fare la spesa al supermercato o in qualche altro negozio. Non era raro doversi spostare a Mestre per le spese, al che gli fece capire che doveva farsi la patente di guida. Girare tra i bus pieni con le borse dalla spesa colme era fastidioso, spesso bisognava starsene in piedi e non era bene per la mamma.
Quindi iniziò due volte alla settimana ad uscire dal lavoro a fine orario per andare a scuola guida.
Fu qui che conobbe una diciottenne, della quale non si era manco accorto. Era stata lei ad avvicinarsi a lui e a obbligarlo a chiacchierare, con la preghiera di accompagnarla a casa, che di sera non c’era da fidarsi a girare sole. Non abitava distante da lui, e per cortesia e conscio che in effetti poteva essere pericoloso, accettò di accompagnarla.
Luisa era una ragazza carina, dinamica, piena di iniziative, amava ballare, andare in giro con le amiche, frequentava locali alla moda, amava tenersi in esercizio… aveva un mondo da raccontare, lui invece non aveva un bel niente, ma le prestava ascolto e questo lei lo apprezzava.
Rimase sbigottita quando le confidò che la sua vita era lavoro e casa, casa e lavoro, nessuna distrazione, nessun interesse, se non quello dell’arrampicata sociale.
Gli esseri ambiziosi a Luisa piacevano, pure lei aveva degli obiettivi, terminate le magistrali si sarebbe iscritta all’ISEF, voleva diventare un’insegnante di ginnastica o un’allenatrice in qualche società sportiva. Aldo con il suo corpo robusto e flaccido ascoltava e, per educazione, cercava di approfondire. No, lui non aveva mai frequentato una palestra in vita sua e non gli interessava cominciare, le rispondeva.
Una sera gli confidò di essere preoccupata perché non riusciva a ottenere la sufficienza in matematica, tutte la altre materie erano con voti alti, ma matematica… Aldo ascoltava silenzioso. Così fu lei a chiederglielo: «Tu ti sei diplomato con il massimo dei voti: mi aiuteresti?»
Accampò delle scuse, non aveva tempo… il lavoro… la mamma sola… al sabato la spesa… alla domenica la messa…
Ma la domenica pomeriggio era libero, quindi niente scuse, incalzò decisa, e così le ordinò di andare da lei il primo pomeriggio di quella domenica. Ecco come iniziarono a frequentarsi, poi le cose sono maturate da sé, i sentimenti, il lasciarsi andare, condividere il futuro… e si sposarono cinque anni dopo, quando Luisa poteva mostrare il diploma preso all’ISEF. Intanto Aldo era avanzato di livello e si era fatto notare nelle alte sfere, gli riconoscevano serietà, dedizione, competenza, qualità che i superiori potevano sfruttare per il loro avanzamento in carriera. Quindi se lo tenevano stretto ed era per lui una garanzia che, se rimaneva ligio alle regole piramidali imposte da un’azienda arcaica nella mente ma che doveva gestire l’evoluzione tecnologica, lo avrebbe portato al suo ambito traguardo: la dirigenza.
Di arrivarci lo aveva promesso in punto di morte alla mamma, colpita da un tumore che dallo stomaco si era espanso un po’ ovunque, divertendosi a lacerarla di dolore. Aldo e Luisa, sposini da due mesi, si alternavano nelle cure della mamma, avevano rinunciato alla loro vita per stare accanto alla sofferenza, e questo dava loro merito e rispetto anche nell’ambiente di lavoro. I permessi e le ferie se ne andavano per garantire una degna assistenza in ospedale. Dopo tre mesi la mamma tolse il disturbo, benedicendoli per il domani che li attendeva.
I due sposini avevano trovato un appartamento alla periferia di Mestre, a Chirignago, un monolocale che permetteva loro di evitare le levatacce per recarsi nei reciproci luoghi di lavoro (perché Venezia e Mestre sono distanti uno sputo, ma per percorrere quella distanza, tra vaporetti e autobus ci vuole più di un’ora), Aldo presso la direzione regionale della sua azienda in centro a Mestre, Luisa presso una scuola media inferiore di Spinea.
L’appartamento di Venezia era di 120 metri quadri, un capitale enorme. Lo vendettero e con il ricavato si permisero un grande appartamento a Spinea e un bel gruzzolo in banca. Aldo vendette anche il motoscafo che si era comperato, perché Luisa lo aveva spinto a farsi la patente nautica e appropriarsi di un motoscafo: era il minimo per definirsi un giovane veneziano. Lo fece per inerzia, non gli importava niente della nautica, ma riteneva importante tenersi stretta Luisa, non era il tipo che andava a donne, aveva altri obiettivi. Le era capitata lei, andava d’accordo, era carina, forse troppo propensa al movimento, ma ne avrebbe giovato pure lui. Grazie a lei cominciò a scarpinare per sentieri di montagna alla domenica, oppure quando il sole estivo era prepotente, buttare l’ancora da qualche parte in laguna per godere un bagno di acqua e di sole. Era stato verso sera, prima del tramonto che Aldo fece l’amore per la prima volta, dondolato dalla laguna in prossimità dell’isola di San Francesco del Deserto. Luisa invece lo aveva fatto per la prima volta a sedici anni con Alvise, era innamorata cotta, ma per lui era solo un bollino da aggiungere alle sue conquiste. Fu per lei un dolore forte, che le rimase vivo per due anni, fino a quando conobbe Aldo. Alvise, era uno della compagnia che Luisa frequentava, Aldo lo conobbe di conseguenza alla frequentazione di Luisa, qualche volta si univano alla vecchia compagnia per delle scorribande. Aldo provava disagio, li trovava superficiali, ma per lei era disposto a sopportare quei momenti. Quando Luisa gli confidò che l’imprimatur lo aveva concesso ad Alvise due anni prima che si conoscessero, Aldo era stato sul punto di troncare il rapporto. Ma si ricordò che lui era un predestinato, non doveva lasciarsi assorbire da queste miserie umane, aveva altri scopi. Poi, ci dispiace per Alvise, era un collega di Aldo, faceva l’operaio a Venezia, quindi un suo potenziale sottoposto. Avrebbe avuto modo di gustarsi la vendetta, senza fretta. Proprio come si gustava il gianduiotto alle Zattere, cosa sconosciuta prima di frequentare Luisa.
Dopo dodici anni di lavoro ottenne il primo traguardo: venne promosso quadro per sostituire un collega che se ne andava in pensione! Fu una serata di festa, lui e Luisa, su indicazione di lei, andarono a cena fuori e alla sera si unirono con passione. La loro vita cambiò, non solo per il nuovo ruolo, ma perché stavano diventando genitori.
Di diventare padre non lo aveva previsto, era designato per qualcosa di importante, una prole era la banalizzazione della vita, secondo lui. Dovette ricredersi quando si trovò tra le braccia quel minuscolo maschietto a cui diede nome Nicola, come desiderava la mamma, in ricordo del nonno materno a cui era stata molto vicina. Due anni dopo, a completare il nucleo famigliare arrivò Ruggero, per non offendere il nonno paterno di lei.
Li crebbe sotto l’insegnamento ricevuto dai suoi, la religione doveva avere un posto centrale, grazie al clero aveva evitato la leva (c’era lo zampino di don Gaetano per fare pressione sul fatto che era diventato capofamiglia) e aveva trovato in fretta un lavoro che gli aveva garantito una buona carriera. Certo gli era costato del volantinaggio durante le elezioni per far vincere la Democrazia Cristiana, ma era un compromesso che poteva essere accettato.
Luisa gli spalancò le porte della responsabilità di crescere un figlio, cominciando dalle cose basilari, come cambiargli il pannolino e lavargli accuratamente il sederino. Aveva un po’ schifo per quella mansione a cui si doveva talvolta prestare, ma gli sarebbe servito più avanti per usarlo come esempio ai suoi sottoposti che non gradivano una mansione, e lui gli ricordava lo spirito di servizio, certe cose vanno fatte, come pulire i bambini dalla cacca.
Diventato un quadro si congratulava con se stesso per non aver ceduto alle lusinghe di aprirsi alla confidenza con i colleghi. Quelli che erano capitati sotto la sua direzione avevano la solidarietà degli altri impiegati: non poteva andar loro peggio. Non che fosse burbero, volgare, insolente. Solo non stabiliva alcuna relazione, comandava, distribuiva incarichi, ordini, scadenze, richiedeva la massima concentrazione e velocità di esecuzione. Per il resto non potevano biasimarlo, non aveva mai negato un permesso o delle ferie a nessuno, controfirmava gli straordinari senza batter ciglio. Però si capiva che non aveva stima per nessuno, fingeva di prestare attenzione per coloro che si dimostravano propositivi, li poteva sfruttare sapendo di contare su un ottimo risultato. Dentro quelle mura il rapporto era dettato esclusivamente dagli obiettivi e l’esercizio per il loro ottenimento, questo gli avrebbe garantito prestigio e premi in denaro che immancabilmente arrivavano a fine anno. Dentro quel palazzo nessuno lo aveva mai visto ridere o abbandonarsi a un momento di leggerezza. Nessuno sapeva se aveva figli. Tutti quando si sposavano o diventavano genitori, offrivano un rinfresco o, al minimo, da bere. Lui questo rituale non lo aveva rispettato sia perché non voleva aprire una breccia alla confidenza, sia perché era cosciente che la maggioranza degli invitati avrebbe disatteso a presenziare.
Nell’ambiente lavoravano poche donne, tolte le segretarie dei dirigenti, tra gli impiegati erano all’incirca una ogni venti maschi. Quando ne capitava una nel suo organico, non faceva distinzioni, freddo era con i maschi, tale lo era con le donne. Quello che pretendeva dai maschi, lo pretendeva anche da loro. Se c’era da distribuire dei premi e le donne si dimostravano capaci e attente, non aveva problemi a premiarle. I suoi colleghi quadri in questo erano più maschilisti (o misogini). Se c’era una categoria che escludeva dai premi erano i sindacalizzati (ma erano delle mosche bianche) o i compagni, li considerava dei disturbatori, dei boicottatori, a prescindere, anche se portavano un contributo eccellente al gruppo di lavoro.
Foto di Stefania Vio
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