Luisa si ritirò dal mondo del lavoro, l’ottimo stipendio di Aldo consentiva alla famiglia di vivere egregiamente, divenne una mamma a tempo pieno e una moglie che sosteneva le ambizioni del marito. Quando doveva recarsi in trasferta presso la direzione generale nella capitale per qualche giorno, preparava il trolley con i ricambi e le camicie pulite e profumate. Non si lamentava mai dei giorni che doveva gestirsi da sola, era una donna abile, sapeva uscire da ogni situazione difficile. Sapendo che Aldo al di fuori del suo lavoro era negato in tutto, aveva imparato a fare le piccole riparazioni domestiche: ripristinare una persiana che aveva una listarella uscita dal binario; sostituire una guarnizione di un rubinetto, farsi una prolunga elettrica. E al mattino, dopo aver portato i bambini all’asilo (e più avanti a scuola), dedicava due ore alla cura del fisico rispettando un programma di esercizi mischiando pilates, yoga, attività con piccoli pesi. Questo le permetteva di avere una forma invidiabile, mentre Aldo aveva le maniglie dell’amore e la trippetta del sedentario. Luisa aveva mantenuto dei buoni rapporti con un’amica d’infanzia e un’altra se l’era fatta tra le mamme della scolaresca dei figli. Rispetto al marito lei amava mantenere delle relazioni, e alla domenica capitava che si incontrassero con le famiglie di una delle amiche. Aldo faticava a mantenere i rapporti con i mariti. Non gli interessava lo sport, non parlava di politica, tolto il lavoro non aveva curiosità per alcunché… concedeva delle risate di circostanza, fingeva interesse per gli argomenti che uscivano, lo faceva per Luisa, fosse stato per lui non si sarebbe mosso da casa. Come papà era attento, giocava con i bambini, li amava, e spesso diventavano la scusa per non ascoltare quello che si diceva in compagnia per fingere di occuparsi della prole, al che passava per uno troppo ossessivo verso i figli. I fine settimana e le feste comandate erano un tormento.
In questo modo erano trascorsi altri tredici anni con la qualifica di quadro.
Era riuscito a mettersi in evidenza anche presso la direzione generale. Aveva accettato di andarsene per due mesi in Argentina presso la filiale che l’azienda aveva laggiù, per organizzare il lavoro che non stava dando risultati accettabili. Aveva confidato a Luisa che quello che per loro sarebbe stato un sacrificio, si sarebbe dimostrato un propulsore che gli avrebbe aperto la via alla dirigenza. Quindi aveva accettato di sobbarcarsi la sua assenza e gestire la famiglia da sola.
Però aveva sbagliato i suoi calcoli, non era arrivata la promozione, anzi rimase profondamente deluso e offeso quando venne a sapere che il passaggio alla dirigenza era stato assegnato al ragionier Marco Balla. Lo conosceva bene. Erano stati assunti più o meno nello stesso periodo, lui nel reparto Controllo e Consuntivazione. Era una persona grossolana, secondo Aldo. Piccolo, tarchiato, faceva comunella con tutti, passava molto tempo al distributore del caffè. Aveva un’idea fissa, giocare sistemi alla schedina, e per questo ogni venerdì pomeriggio faceva il giro per chiedere chi voleva aderire e con che cifra, poi entrava nell’ufficio di Aldo e con il collega d’ufficio, altro beota, si mettevano a elucubrare il sistema che li avrebbe resi multimilionari. Marco Balla stava a cavalcioni della scrivania del collega a vaneggiare gli 1, X o 2 da segnare per ogni partita, ben attento a tenere vistosamente una mano sui coglioni per augurarsi buona fortuna. Era diventato quadro per una serie di circostanze fortuite. Era arrivato un dirigente ligure che aveva poco senso pratico e si perdeva in voli pindarici in ogni riunione. Duravano un’eternità ed erano stressanti per tutti. Quando Marco Balla, ancora un semplice impiegato, partecipava a quelle riunioni con la funzione di passa carte al suo quadro, stressato dalle lungaggini aveva preso coraggio e interveniva alla fine del giro degli interventi dei convenuti e faceva una sintesi delle indicazioni emerse, così da aiutare il dirigente a essere concreto. Il dirigente apprezzava questa attitudine, tanto che se lo tenne stretto e lo promosse, alla prima occasione, quadro. Valeva più di una schedina quella promozione, e smise di fare la questua al venerdì per giocarla.
Aldo che aveva dato la disponibilità alla trasferta argentina non venne tenuto in considerazione per occupare la nuova carica di quadro, scelsero lui, perché il dirigente di Marco Balla venne trasferito a Roma alla direzione generale, con un carico di prestigio, aveva assoluto bisogno che alle riunioni partecipasse uno che sapeva far sintesi, ecco perché lo aveva proposto a succedergli nel suo vecchio incarico.
Ad Aldo la direzione generale affidava incarichi nuovi, procedure da collaudare, testare nuove soluzioni, era un pioniere odiato dai pari grado e dal pari incarico delle altre regioni, perché riusciva a rendere efficiente e operativa ogni proposta, il che significava per gli altri uscire dalla routine e affidarsi all’ignoto. Lo mandavano a quel paese sottovoce, era palese che uno così sarebbe diventato dirigente, meglio tenerselo buono. E invece avevano preferito Marco Balla!
Non dava segni apparenti della delusione, ma Luisa l’aveva colta. Gli si erano incurvate le spalle. Lo esortò a fare dell’attività fisica per recuperare un po’ di tonicità, ma non c’era verso. Allora optava per le escursioni domenicali in montagna con tutta la famiglia. Lo consolava, lui era il migliore, il momento sarebbe arrivato, ne era certa, era un predestinato. Si chiuse ulteriormente, aveva disprezzo per tutta quella classe dirigente, non valevano una sua scarpa, eppure doveva piegarsi alle loro insulse indicazioni. Sentiva una voglia di ribellione che doveva dominare. E lo fece buttandosi ancora di più sul lavoro.
Luisa lo aveva ammonito che chiudersi non era la soluzione, doveva invece imparare la lezione da Marco Balla, doveva dimostrarsi indispensabile per il dirigente di turno, non solo, doveva diventare empatico. Era un’impresa difficile per uno che aveva fatto della solitudine la sua ragione lavorativa, del distacco la sua caratteristica.
Accade il solito giro di nuove nomine, i dirigenti ogni due o tre anni venivano trasferiti, e Aldo dovette raffrontarsi con una persona formale e irreprensibile. La maggioranza degli impiegati usavano un altro termine: era uno stronzo fascista. In effetti come arrivò dettò subito delle regole: le segretarie subirono una reprimenda per il modo sconveniente con cui si vestivano: la camicia la dovevano chiudere fino all’ultimo bottone e le gonne dovevano nascondere le ginocchia, dovevano tenere alta l’onorabilità del posto di lavoro; ai quadri impose la giacca, non erano degli impiegatucci di quart’ordine, dovevano distinguersi dalla massa ed essere più formali nella direzione operativa dei sottoposti, dovevano insegnare loro a dire l’indispensabile per trasmettersi informazioni esclusivamente lavorative e non voleva sentire ridere, non erano al circo.
Non solo gli impiegati, ma anche i quadri avevano cominciato a vivere con malumore e condividevano il disappunto (parlando sottovoce) nelle riunioni con i sottoposti. Aldo no, mise in atto la sua strategia, divenne lo specchio del dirigente e si comportò di conseguenza. Per esempio, diede ordine ai suoi di non andare più alla fotocopiatrice, avevano un livello superiore, che ordinassero alle segretarie del reparto di farlo e pretendere l’esecuzione in tempi brevi. Il dirigente, saputa la cosa, gongolò, finalmente aveva trovato chi sapeva dare, come lui, valore alla gerarchia e all’ordine. Altra qualità che gli riconosceva era di non staccarsi dal lavoro, nemmeno per il pranzo. Gli altri quadri dovettero adattarsi, c’era chi detestava indossare la giacca, ma ne teneva una su una gruccia appesa all’attaccapanni per quando veniva chiamato dal dirigente o doveva partecipare a una riunione. Erano anni di oppressione, ma ad Aldo non pesavano, era da sempre rigoroso, anzi, gli veniva da suggerire qualche novità per forzare il controllo. Non lo fece perché considerava che passare per un responsabile dell’invivibilità, gli avrebbe reso difficile gestirli da dirigente, vedeva che se potevano boicottavano le direttive, come allungare i tempi di consegna di un lavoro o consegnarlo volutamente incompleto.
Dopo tre anni fu la volta di Antonbruno Capretti Cozza, un ingegnere trentenne, più alla mano, aveva fatto proprie le indicazioni apprese nei corsi di formazione sulla gestione del personale. Infatti mostrò subito un approccio moderno facendo più riunioni con un numero limitato di impiegati al fine di avere un contatto a tu per tu per farsi conoscere e conoscerli. Alla fine aveva raccolto delle indicazioni da tutti. Dopo essersi presentato, rampollo di una nobile famiglia («Ecco perché ti hanno fatto subito dirigente!» aveva pensato Aldo), da quattro anni in azienda, aveva esposto la sua idea di lavoro, ovvero una gestione dove era richiesto il loro coinvolgimento e avrebbe gradito dei suggerimenti, proposte per migliorare la vita lavorativa. Era importante vivere bene il lavoro, dato che ci passavano un terzo dell’esistenza. Poi fece a ciascuno la stessa domanda: «Mi dica una cosa che apprezza di quest’azienda e una che detesta!» timidamente ognuno aveva risposto e si era annotato ogni intervento. Si sforzava a ricordarsi i nomi, chiamare per nome è importante, gli era stato detto. Però non gli avevano detto che cosa farsene delle risposte alla sua domanda, e rimasero nel block notes a invecchiare.
Non aveva alcuna esperienza della vita aziendale, quindi applicava le direttive che gli pervenivano dai suoi superiori, con fare amicale e bonario, ma non accettava rimostranze, non sapeva come gestirle. L’inesperienza giocava a favore di Aldo che si era offerto subito per guidarlo nella gestione del reparto, facendo così una gavetta per la futura mansione, che sarebbe di certo arrivata, perché lo avrebbe fatto sapere alla direzione generale che il vero gestore era lui e non il giovin signore, come lo aveva soprannominato e raccontato alla moglie quando era arrivato il primo giorno.
Anche con Antonbruno Capretti Cozza si comportò come uno specchio.
Cedette alla consuetudine del dirigente di chiamare i sottoposti per nome, sebbene riluttante, ma doveva pur concedere spazio alla novità. Dava comunque del lei a tutti e quando parlava con qualcuno e doveva citare un altro collega del reparto, usava il nome e cognome, tipo: «Alessandro, se vuole avere un’indicazione su come procedere, si faccia aiutare da Giuseppe Rossi, che queste cose le conosce bene». Sotto la precedente dirigenza avrebbe detto: «Verdi, vada da Rossi» sintetico e funzionale.
Ma ciò che lo aveva messo più a dura prova è stato quando Capretti Cozza, il giorno del suo insediamento, alle 13 e 40 si affacciò alla porta del suo ufficio e chiese: «Andiamo a pranzo?» in venticinque anni di servizio non aveva fatto una sola pausa pranzo, tranne quando si trovava in trasferta a Roma per delle riunioni e doveva mettersi in mostra. Mascherò il disagio con un sorriso e rispose: «Stavo proprio per venire a chiedertelo!». Nei due anni e mezzo di permanenza di Antonbruno Capretti Cozza andò a pranzo al self service difronte al loro palazzo tutti i giorni.
Tuttavia la cosa sembrava funzionare. Capitava che da Roma qualcuno chiedesse chiarimenti su dei documenti che Capretti Cozza aveva inviato loro e chiamavano sempre Aldo, perché era chiaro che l’inesperto giovin signore si doveva affidare a qualcuno navigato. Non c’erano più motivi per non rendere spendibile il suo nome per una dirigenza, sapeva assolvere all’incarico.
Dopo due anni e mezzo ci fu un nuovo giro di nomine, lui non fece il salto sperato, e arrivò Bernabeo Bernabei, un ingegnere quarantenne divorziato perennemente abbronzato, parlata sciolta, capelli sopracciglia e unghie curate, si seppe poi che si depilava, lo avevano visto al mare, un modo di fare ammaliante e un’indole da puttaniere.
In qualche modo proseguiva il metodo relazionale che aveva introdotto chi lo aveva preceduto per quanto concerneva l’apparente informalità, usava l’autorevolezza come strumento per mantenere il controllo e le distanze.
Con le poche donne del reparto faceva il piacione, anche con le attempate e bruttine, era la sua strategia perché il passaparola lo presentasse come una persona bella e interessante, ci poteva sempre scappare una scopata con qualcuna desiderosa di carriera.
Una persona brillante insomma, e una figura spenta come Aldo non poteva certo diventarne lo specchio. E allora, che fare? Rimase nel canovaccio che aveva imbastito per Antonbruno Capretti Cozza, chiamava per nome i sottoposti e andava con lui a pranzo; quando Bernabeo Bernabei indicava con un accenno del mento una donna che mangiava un po’ più in là, faceva un sorriso e un’espressione d’intesa di uno che la sapeva lunga al pari suo.
Bernabeo Bernabei era un festaiolo, dimorava in un attico del centro con un ampio terrazzo che dominava il triste panorama di Mestre. Una volta al mese invitava i suoi quadri e le loro mogli a cena, si appoggiava a un catering e via a mangiare e a ballare. Di feste ne faceva almeno una a settimana, nelle altre sembra girasse una fauna giovane e disponibile che aveva conosciuto in chissà che situazioni, su questo giravano solo subdole voci.
Durante la dirigenza Bernabei uscì una normativa che chiedeva a ogni azienda si uniformarsi a delle indicazioni ISO. Un ribaltone burocratico che avrebbe standardizzato l’operatività consentendo a un qualsiasi controllore di verificare, attraverso dei parametri, se un azienda rispettava o meno la direttiva. Era una disciplina nuova tutta da studiare e da adeguare al processo produttivo aziendale. Chi poteva assumersi quell’incarico pesante, pedante e pendente sulla testa come una spada di Damocle se non veniva affrontata e sviluppata correttamente? Aldo! Aveva intuito che per un periodo sarebbe stato coccolato e riverito dall’azienda se si fosse caricato quell’onere; lo avrebbero spedito a corsi di formazione, meeting, lo avrebbero assecondato su tutto pur di adeguare l’azienda a quanto veniva richiesto. E dopo il successo la dirigenza sarebbe stata sua, non poteva esserci alcun dubbio. Quando lo disse a Luisa saltò di gioia, finalmente il mondo avrebbe dato al predestinato quello che gli spettava. Luisa era felice quando lo vedeva raggiante, per curiosità gli chiese in che cosa sarebbe migliorato il loro tenore di vita. Innanzitutto lo stipendio, sarebbe minimo raddoppiato, poi scalando la dirigenza, perché c’erano più livelli anche lì, con i soldi avrebbero potuto comperarsi di tutto. «Un’auto nuova?», chiese per curiosità. «No, quella no. Ai dirigenti gliela compra l’azienda, almeno un duemila di cilindrata» rimase a bocca aperta. Ma non finiva lì, per i primi due anni pagavano l’affitto e non ponevano limiti alle dimensioni dell’appartamento, per questo ogni due anni si fanno trasferire, E poi, dato che entro qualche anno i figli sarebbero andati all’Università, se si iscrivevano a discipline che interessavano l’azienda, avrebbe pagato il piano di studi. Ogni trasferimento veniva compensato con un quaranta, cinquantamila euro, senza parlare dei premi a raggiungimento degli obiettivi…
Ma quel traguardo significava in quel momento, per Luisa, ancora molte giornate da vivere sola; coi figli adolescenti aveva cominciato a lavorare alcune ore presso una palestra come istruttrice, contando su un piccolo gruzzoletto e soprattutto aveva a disposizione le attrezzature per tenersi in forma. In effetti assieme stonavano. Luisa era snella, tonica, dinamica, reattiva, lui era sempre più afflosciato, gli stavano cadendo anche le gote, qualcuno diceva che si stava trasformando in un bulldog. Si era ingrassato, dava la colpa ai pasti di mezzogiorno. Per Luisa era più difficile portarlo a scarpinare per sentieri, ora i figli erano autonomi e preferivano andarsene con le loro compagnie, lui aveva comperato un motoscafo e preferiva passare le domeniche di sole in laguna.
Alla prima festa organizzata per i quadri da Bernabeo Bernabei, Luisa lo colpì all’eccitazione: come poteva essere sposa di quel cumulo di grasso? Uomo intelligente, niente da dire, però di poca compagnia e per scopare serviva il corpo e Luisa meritava maggior tonicità, tipo la sua. Luisa aveva capito che flirtava, un po’ ne godeva, era proprio un bell’uomo, giovane e lei era riuscita a fargli girare la testa, dall’altro provava imbarazzo verso i quadri e le rispettive mogli, e soprattutto verso il marito, che non capiva se si era accorto della cosa. Per fortuna Bernabeo sapeva essere galante e gentile con tutte, ma con Luisa c’era un qualcosa di impercettibile, un di più, tipo lo sguardo che sostava su di lei un po’ più del dovuto. Aldo lo aveva notato, ma si fidava di Luisa, sapeva il fatto suo, glielo aveva detto che era un puttaniere, quindi la moglie aveva accettato le velate moine solo perché era il dirigente e non voleva mettere nei guai il marito.
Avevano una passione comune Bernabeo e Luisa: il vino. No, Luisa non era una che beveva, ma aveva seguito un corso di sommelier, giusto per distrarsi qualche sera e staccare per qualche ora dagli impegni di mamma. Lei non voleva bere, voleva capire e conoscere. Di fatto assaggiava e basta, le bastava saper catturare tutte le note e gli aromi che sprigionavano dal calice. A pasto non beveva, rimaneva una ligia atleta fedele all’acqua. Bernabeo invece gustava e consumava.
Quando Aldo si trovò nel bel mezzo dell’avventura ISO e aveva cominciato a dare le direttive operative a tutta l’Italia, anche con riunioni che lo spostavano nei capoluoghi di regione, un sabato sera di fine giugno, mentre con i colleghi si stava godendo la cena offerta nel terrazzo dell’attico di Bernabeo, a Luisa capitò qualcosa di inatteso.
Aldo era concentratissimo su quello che stava facendo, trascurava tutto il resto, lavorava anche la domenica, si stava giocando tutto, sperava che Luisa lo capisse. Certo, lo capiva, non mancava molto ai trent’anni di servizio: o la dirigenza la otteneva in quel momento o non l’avrebbe ottenuta più. E lui era un predestinato. Luisa avrebbe fatto di tutto per aiutarlo a raggiungere il suo obiettivo che era il loro. E quella sera a cena colse la palla al balzo.
Avevano concluso la cena, avevano dato il via alle danze, le mogli si erano messe a ballare e Bernabeo con loro, i mariti erano rimasti al tavolo e discutevano di lavoro. Con la scusa di avere sete chiese a Luisa se voleva bere pure lei. Così si staccarono dal gruppo, si versarono due bibite fresche e si misero a chiacchierare.
«Aldo ti trascura un po’, è sempre a riunioni in giro per l’Italia» affermò osservando di lontano i suoi quadri discutere animatamente.
«Fa parte dei suoi compiti, è ambizioso, spera che il suo impegno gli venga riconosciuto» rispose.
«Su questo puoi star tranquilla, è stimatissimo ovunque.»
«Manca il riconoscimento concreto.»
«Ovvero?»
«Vorrebbe la dirigenza, la insegue da anni, ci arriva vicino e poi…» Luisa confidava che capisse la richiesta che gli stava facendo, che fosse lui a sponsorizzarlo.
Bernabeo, fece due conti col suo pisello, si era presentata un’occasione favorevole.
«Pure tu ci tieni?»
«Voglio vederlo felice, è entrato in azienda con quello scopo!»
«Saresti disposta a tutto per aiutarlo?»
Luisa ebbe un sobbalzo, sperava che lui non l’avesse notato. Se lo chiese a se stessa: era disposta a tutto? Era chiaro a che cosa si riferiva, voleva un do ut des: sesso per carriera.
«Voglio vederlo felice.»
«Bene, Aldo sarà un innesto importantissimo in azienda.»
Quindi la invitò ad andare al tavolo e richiamò le signore: «Amici e amiche carissime, se vi accomodate, organizzo perché ci servano il dolce. È una bellissima serata e va coronata con un vino speciale» quindi rivolgendosi a Luisa «dato che come me sei un’esperta di vini, mi accompagneresti nella mia cantinetta a piano terra e scegliamo assieme la bottiglia giusta?»
«Va bene.»
«Una decina di minuti e saremo di ritorno!»
«Intanto noi torniamo a ballare!» esclamò una delle mogli.
«Non farmi fare brutta figura, scegli bene!» le consigliò ironico Aldo.
Mentre scendevano con l’ascensore Bernabeo le confidò che proporlo per la dirigenza dipendeva solo da lui, era lui che ogni anno stillava un rapporto sulle capacità e l’efficienza dei suoi quadri. Con Aldo non era difficile stendere un buon rapporto. Ma serviva la sua pressione verso le alte sfere per aprirgli le porte e anche su questo aveva i contatti giusti.
Arrivarono alla cantina, piccola, ma ben fornita di vini prestigiosi.
«Dobbiamo scegliere un vino da dessert! Che cosa consigli?» Luisa gli chiese qual era il dessert, quindi scelse l’abbinamento giusto «Complimenti, lo avrei scelto anch’io. Tornando a noi, se io mi spendo per Aldo, che certezza ho io che tu mi ringrazierai come si deve?»
Luisa restò perplessa, lui la fissava con un sorriso, attendeva. La donna non aveva molto tempo per riflettere, lui voleva una cosa sola, agì. Iniziò a slacciargli i pantaloni: «Posso darti una caparra, intanto!»
Si inginocchiò, si mise il suo membro in bocca e gli concesse un inatteso piacere.
Foto di Stefania Vio
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