I giorni successivi si sentiva sporca, si sentiva giudicata, non riusciva a salutare il marito, era nervosa. Si era prostituita? Sì, per quanto nobile fosse il movente, aiutare il marito, aveva accettato il prezzo di Bernabei, e doveva saldare il debito al momento opportuno. Chissà se era stato onesto o se era stato solo un espediente per il servizio ricevuto, poteva averla imbrogliata.
Non fu così, un martedì sera Bernabei li invitò a cena in un nuovo ristorante, solo loro tre. Era un momento che meritava una solennità, e lì informo che il venerdì successivo aveva organizzato un colloquio con la divisione di Risorse Umane nazionale, gente che conosceva bene, avevano fatto tante feste assieme, avrebbe presentato la documentazione per favorire il passaggio di Aldo alla dirigenza, era una formalità, dovevano stare tranquilli, gli dovevano dei favori… extralavorativi, disse strizzando l’occhio, grazie a lui avevano vissuto dei momenti di svago indimenticabili, lo sapevano pure loro che era spigliato in questo, vero?
«Quindi cara Luisa, preparati alla vita da vedova bianca, dovrai restare sola molto spesso!»
«Saprà impiegarlo bene il suo tempo!» disse Aldo.
«Ne sono convinto!» e sostenne lo sguardo su Luisa. Era tutto chiaro, vero? Stava mantenendo la promessa, poi aspettava il saldo. Ad Aldo uscirono le lacrime. «Allora sei umano! Ti ho sempre visto così freddo, composto, invece no. Sono felice!»
«Lo siamo tutti!» concluse Luisa baciando Aldo. Aldo la lasciò fare, ma si ritrasse impacciato, non era abituato alle smancerie in pubblico, davanti al suo dirigente men che meno.
Dirigente. Dopo trent’anni di sacrifici finalmente avrebbe avuto il posto per cui era stato predestinato. Ringraziò Bernabei, ma dall’altro lato era offeso, perché nessuno aveva avuto il buon senso di proporlo per la dirigenza? Aveva dato tutto all’azienda, glielo dovevano riconoscere da anni. E invece si era visto superare da mezze cartucce, figure mediocri che avevano avuto dalla loro non il lavoro, ma una fortuna sfacciata. Si erano trovati nel posto giusto al momento giusto, mentre lui ingoiava rabbia. Però ora era arrivato il suo momento! Bernabei gli riconosceva delle capacità non comuni, la sua dedizione e il non criticare mai le scelte aziendali ma seguirne la traccia e migliorarle. Aldo aveva raggiunto il traguardo! Non gli importava dove l’avrebbero trasferito e con quali mansioni, sapeva di poter dare il meglio sempre.
Quella sera Aldo e Luisa fecero l’amore, momenti che si facevano rari. Poi si addormentarono, Aldo quasi subito, lei no, lei era tormentata dal dovere darsi a Bernabeo Bernabei, tradire, per la seconda volta il marito. No, non era un tradimento, si giustificava, senza la fellatio neppure Bernabeo l’avrebbe considerato per una promozione. Li aveva capiti i colleghi del marito, erano tutti arrivisti, tutti bramavano il potere, nessuno riconosceva ad altri dei meriti superiori. Erano avidi di paghe alte e benefit, godevano nel comandare i sottoposti, adoravano i ruffiani. Erano in guerra uno contro l’altro, e in guerra, come si dice, tutto è valido. Anche concedersi al dirigente. Una mezz’ora e poi sarebbe stato tutto dimenticato, e ognuno per la sua strada. Aldo avrebbe vissuto in un attico da qualche parte in Italia, lei lo avrebbe raggiunto nei fine settimana, e Bernabeo sarebbe tornato ai suoi festini con giovincelli e giovincelle, era lampante che non aveva preferenze. Poteva sentirsi con la coscienza a posto, ma si girò molto prima di addormentarsi.
Il Venerdì mattina Bernabei non era in ufficio e tutti erano preoccupati, meno Aldo, lo sapeva che si trovava in aereo diretto a Roma a perorare la sua causa, le segretarie avevano confermato, era in trasferta. Invece verso mezzogiorno era arrivata voce che le Risorse Umane di Roma avevano chiamato la segreteria perché Bernabei non si era visto e lo stavano aspettando da due ore. Non rispondeva al cellulare. Strano, veramente strano. Un quadro si offerse ad andare a vedere a casa sua, sia mai che gli fosse capitato qualcosa. Trovò l’auto parcheggiata al suo posto auto, questo lo insospettì e dedusse che all’aeroporto non c’era andato. Suonò al campanello. Nessuno rispose. Si fece aprire dal custode, gli spiegò la sua preoccupazione. Salirono assieme. Bussarono alla porta, inutilmente. Da dentro arrivava una musica, questo fece crescere nel quadro il dubbio che forse stava male, quando organizzava festini aveva un lettore CD dove caricava più dischi e poi li lasciava andare in loop. Il custode era titubante se aprire o meno, la poteva aprire su indicazione delle Forze dell’Ordine, conveniva chiamare prima loro. E se stava male, se aveva bisogno urgente di soccorso? Aveva obiettato il quadro. Il custode aprì la porta, entrarono assieme, chiamarono Bernabei, ma non rispondeva. Lo trovarono riverso su un tavolino del terrazzo, aveva in mano una banconota arrotolata, un sacchettino di polvere bianca sul tavolo e il sangue era uscito da tutti i fori, il corpo era freddo. Quando la Polizia arrivò, confermò: overdose.
Aldo era distrutto. Andò nell’ufficio di Bernabei a cercare sul computer o tra le carte una traccia della relazione che doveva presentare alle Risorse Umane. Alle segretarie disse che aveva bisogno di un documento e a questo punto doveva cercarselo da solo. Niente, non aveva trovato niente. L’aveva con sé, sicuro, doveva andare a casa di Bernabei e verificare nella valigetta. Ma il quadro che aveva trovato il corpo senza vita, gli fece presente che il custode non lo avrebbe fatto entrare, serviva un mandato delle Autorità. Così Aldo si premurò di avvisare le Risorse Umane che dovevano andare a recuperare tutti i documenti che Bernabei si portava a casa e quindi serviva una richiesta alle Forze dell’Ordine. Non fu una cosa semplice e soprattutto immediata. Ci vollero tre settimane. In quel tempo Aldo era intrattabile, stava sulle spine. Lo era pure Luisa, si era prostituita per niente, pensava, e provava schifo di se stessa.
Aldo e Luisa di recarono nelle Marche al funerale. Aldo con la speranza di vedere tra i convenuti i responsabili delle Risorse Umane, così da avvicinarli e chiedere loro se il defunto aveva lasciato loro qualcosa sul suo conto, perché la relazione che parlava di lui non venne mai trovata. Luisa ipotizzò che essendo un tramaccione, la cosa pensava di risolverla a voce, magari durante un festino e un tiro di cocaina. Al funerale si presentarono solo i corregionali e tante ghirlande mandate dalle varie sedi regionali dell’azienda dove Bernabeo Bernabei aveva lavorato e lasciato il segno.
Continuò comunque nella sua opera per transitare l’azienda alle normative ISO. A fine anno gli venne riconosciuto un premio di produttività di tutto rispetto, lo investì, per far contenta Luisa, in una vettura con tutti gli accessori e sensori che la tecnologia aveva escogitato, spaziosa, imponente, come quelle che l’Azienda donava ai dirigenti. Contava con quell’acquisto di riportare il sorriso alla moglie, che si era chiusa a ogni affettività, era aperta solo con i figli. Verso di lui prese il sopravvento l’abitudine. Cercò di esserle più vicino, proponeva lui di andare per sentieri di montagna o passare un fine settimana in qualche città d’arte, così provavano la nuova automobile. Ma Luisa era diventata apatica, gli stava assomigliando, era viva solo quando andava a istruire le donne in palestra o mentre lei stessa si allenava.
Aldo lo aveva interpretato come un segno di delusione e disprezzo, ormai era a fine carriera, la dirigenza poteva sognarsela, addio attici, addio superpremi, addio università pagata. In Luisa c’era tutto questo, ma dentro di lei lo condannava per averla sedotta con il suo sogno, averle fatto credere che era il fine a cui tutto il resto andava messo in secondo piano pur di raggiungerlo. E lei aveva messo in secondo piano la sua reputazione, per fortuna l’unico testimone se ne era andato inseguendo la striscia di cocaina, ma nella sua coscienza era rimasta un’impronta di fango indelebile.
Con l’arrivo del nuovo dirigente l’idea che prima o poi lo avrebbero rivalutato e assegnato quel ruolo si fece più debole. Gianni Tommasini Querzi, aveva trentasei anni, ingegnere, lo conosceva attraverso le email che inviava dal suo ruolo in Direzione Generale. Ci teneva a scrivere nel testo: «Mi scuso per l’ora», quasi che le email venissero lette appena lui le spediva, ma obbligavano tutti a leggere l’ora di spedizione, in genere le due e mezza di notte, a volte anche le quattro del mattino. Era un modo abile per mostrare il suo attaccamento all’azienda. Poi il doppio cognome faceva capire che anche lui era un rampollo nobiliare che per la nostra Costituzione non aveva alcun valore, ma in società faceva ancora la differenza. La sua dote migliore era la resistenza, era uno che indiceva riunioni nel tardo pomeriggio e proseguivano fino a notte fonda, chi cedeva per stanchezza o sbadigliava veniva redarguito e svergognato. Aldo gli teneva testa, senza problemi. Non aveva smesso di interpretare il ruolo di specchio del dirigente. Aveva una bella caratteristica che metteva in secondo piano le abilità di Aldo: era il primo dirigente che decideva e se ne assumeva le responsabilità. Con tutti gli altri era Aldo che suggeriva la rotta, troppo titubanti, attendisti, aspettavano sempre di sapere come si comportavano le altre regioni e poi si adeguavano a imitarle. Ma tutte le regioni aspettavano e l’unico che si assumeva la responsabilità di agire e la dettava al suo dirigente, era Aldo. Ma a lui la dirigenza era stata negata. Ora si sentiva spiazzato, quasi che l’azienda volesse dirgli che non aveva bisogno di lui. Allora per distinguersi provava a cavillare sui dettagli, ma senza insistere, la decisione che prendeva Tommasini Querzi era la stessa che avrebbe preso lui. Altra bella qualità, non andava in pausa pranzo e ad Aldo non parve vero di tornare alla sua solitaria esistenza.
Così gli anni erano passati tra la sua immutabile attenzione al lavoro, la sua dedizione, il suo essere pronto ad assumersi incarichi, trasferte, straordinari.
-***-
Ed eccolo lì, piegato sul documento che si era stampato per studiarselo, sulla scrivania non c’era altro, sembrava la scrivania di un frate francescano, austera e povera. Quasi trentasei anni di servizio, i figli frequentavano l’università, contava di rimanere in azienda fino alla laurea di uno dei due, così da contrattarne l’assunzione in cambio del suo licenziamento.
Gli uffici si stavano svuotando, segno che le cinque di sera erano passate. Era l’ora che aveva sempre preferito, i rumori e le chiacchiere dei sottoposti lasciavano spazio al silenzio, i corridoi si liberavano dell’afrore della manovalanza e lasciavano che il profumo a basso costo dei quadri e le essenze dei dirigenti rendessero la sede più vivibile. Questa era l’immagine che gli balenava ogni sera. Ma cozzava con la realtà, anche tra i quadri c’erano orde di incapaci magna a uffa. Era lui l’eccellenza, lo era stato dal primo giorno di lavoro. Un’eccellenza scesa in un mondo di irriconoscenti. Irriconoscente era stata l’azienda, irriconoscente lo era la moglie che con lui condivideva solo e malvolentieri gli spazi casalinghi, irriconoscenti i figli che lo avevano preso per un bancomat.
Squillò il telefono, il responsabile regionale delle Risorse Umane lo voleva vedere subito.
Il responsabile, un uomo affascinante, a detta di molte donne, con il baffo e i capelli brizzolati, aveva il modo di fare di chi è il padrone, temuto dai dipendenti, nel suo reparto tutti facevano almeno un paio d’ore di straordinario ogni sera senza segnarsele, per dimostrarsi dei virtuosi.
Lo fece accomodare dopo avergli stretto la mano.
«Aldo, ho qui la sua cartella, già lo sapevo, ma a leggerla è un piacere, credo che difficilmente si possa trovare in azienda una persona così abile e preparata… proprio come me!» rise, Aldo lo imitò per cortesia, il cuore gli stava battendo forte… vuoi vedere che il momento era arrivato? Proprio quando la speranza era uscita dalla sua vita?
«Trentasei anni brillanti, con traguardi strepitosi: ha dimostrato disponibilità, impegno, tenacia, capacità risolutive, ha trainato l’azienda facendo da consigliere a tanti dirigenti. Lei è il nostro Richelieu!»
«Lei mi lusinga, faccio quello che il compito assegnatomi richiede!»
«No, lei è andato oltre, l’azienda le è debitrice, ed è arrivato il momento di sdebitarsi!»
Aldo non riusciva a starsene seduto sulla sedia, allora stava accadendo, una vita spesa per rincorrere la dirigenza e ora stava vedendo il traguardo!
«Come lei sa, abbiamo l’ordine di ridurre l’organico, anche tra l’area quadri, trecento elementi. Per cui sarà felice di sapere che è arrivato per lei il momento della pensione anticipata. Le pagheremo i contributi dei due anni che le mancano e le daremo oltre a quello che le spetta, una buona uscita di trecentomila euro.»
«Mi mandate in pensione?»
«A fine mese. Ho visto che ha dei giorni residui di ferie e delle ore di permesso. Deve consumare tutto. Quindi ha ancora due giorni effettivi di lavoro, poi fino a fine mese sarà in permesso o in ferie. Domani un mio incaricato le spiegherà nel dettaglio tutte le fasi operative» si appoggiò allo schienale e osservava Aldo. «La vedo strano: è incredulo?»
«Mi mandate via… così?»
«Oddio, Manca, lei è un quadro! Oltre a ciò che le è dovuto le offriamo trecentomila euro come segno di stima, nessun quadro ha ricevuto un simile trattamento!»
«Ma… mi mandate via… così?»
«Lo so, non se lo aspettava. Vedrà che già domani mattina si abituerà all’idea» si alzò e andò verso la porta, Aldo lo seguì, si strinsero la mano e mentre lasciava l’ufficio si sentì dire «Non sa quanto la invidio!»
Con passo pesante, la testa china tornò alla sua scrivania, si sedette di peso, lo sguardo perso a osservare il suo parco ufficio. Per un attimo aveva sperato che l’azienda gli avesse conferito i dovuti meriti, invece aveva ricevuto un calcio in culo e addio per sempre.
Si nascose il viso tra le mani e cominciò a singhiozzare.
Foto di Stefania Vio
Parte prima Parte seconda Parte terza

